Biografia

Carmine Pariante è Professore di Psichiatria Biologica all’Institute of Psychiatry, Psychology and Neuroscience (IoPPN) del King’s College London, e consulente psichiatra presso la South London and Maudsley NHS Trust. Il Professor Pariante si è laureato in Medicine e Chirurgia in Italia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, ed ha conseguito la specializzazione in Psichiatria presso l’Università di Cagliari. Dopo la specializzazione ha svolto attività di ricerca presso l’Emory University School of Medicine di Atlanta (USA), prima di spostarsi all’IoPPN di Londra.

La sua attività di ricerca è incentrata sul ruolo dello stress nell’eziopatogenesi dei disturbi mentali ed in risposta a trattamenti farmacologici, in contesti sia clinici che sperimentiali. Nello specifico, il suo lavoro esamina la depressione e la fatica cronica, con un particolare interesse nel periodo perinatale ed in soggetti affetti da disturbi psichiatrici. Il suo obiettivo è quello di trovare presto nuovi strumenti terapeutici che agiscano sulla regolazione dello stress per alleviare la sofferenza di persone con problemi di salute mentale.

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  1. Lei ha lavorato all’estero, prima in America e poi in UK, sin dagli inizi della sua carriera. Cosa l’ha spinta a lasciare l’Italia, e cosa a rimanere a Londra?

Ho sempre voluto fare carriera universitaria in Psichiatria Biologica, e sin dall’inizio sono stato molto interessato all’interazione tra stress, depressione e sistema immunitario. All’ultimo anno di specializzazione ho vinto una borsa di studio dell’Università di Cagliari che mi ha consentito di fare attività di ricerca per due anni ad Atlanta. Da lì poi mi sono spostato a Londra per due ragioni: la notorietà ed importanza dell’IoPPN come polo chiave per la ricerca sia in Europa che nel mondo; e il desiderio di trovare una struttura che consentisse di coniugare l’attività di ricerca a quella clinica, con un sistema (quello NHS) piuttosto simile al modello italiano.

 

  1. In base alla sua esperienza, quali pensa siano le sostanziali differenze tra il sistema accademico italiano ed inglese?

Quando lasciai l’Italia l’ambito accademico anglosassone, rispetto a quello italiano, dava maggiore enfasi alla meritocrazia ed offriva la possibilità di fare carriera lavorando in maniera seria. In Italia, sia per mancanza di fondi di ricerca che per questioni culturali, era difficile programmare una carriera a lungo termine aspettandosi un rapporto proporzionale tra merito e crescita professionale. Nonostante la mia esperienza del mondo accademico italiano negli ultimi anni sia stata piuttosto indiretta, trovo però che ci siano dei cambiamenti in corso, sia nell’introduzione di criteri più precisi nell’ammissione ai concorsi, sia dal punto di vista culturale nel senso che le nuove generazioni non sembrano più tollerare certe dinamiche. Penso che ci sia un maggior focus sulla qualità e produttività della ricerca, teso ad avere un impatto internazione.

In ambito clinico in UK vedo un tentativo di rendere il training da psichiatra più omogeneo e controllato per tutti, mentre in Italia c’è molta disparità tra le diverse scuole e più enfasi verso alcuni disturbi o scuole di pensiero da scuola a scuola. In  generale in UK c’è un approccio molto intergrato alla cura del paziente, con un uso appropriato sia dei farmaci che della psicoterapia. La situazione inglese riguardo all’accesso a servizi psicologici e psichiatrici in ambito pubblico è migliore rispetto all’Italia dove molti si devono affidare al settore privato, ma ha ancora da migliorare nel tentativo di offrire servizi adeguati a sempre più persone.

 

  1. Ha mai pensato o cercato di tornare a lavorare in Italia? E cosa la spingerebbe a tornare a tornare nel bel paese?

Non ci ho mai pensato e non si è mai creata l’occasione. Mi sono sempre trovato molto bene a Londra per la sua energia culturale ed intellettuale, e non penso che ci sia attualmente in Italia una città paragonabile.

 

  1. Quali sono stati i tre avvenimenti e successi professionali piú significativi nella sua carriera?

Il primo è senza dubbio quando sono stato promosso a Professore nel 2013: è stata una soddisfazione infinita che ha rappresentato l’arrivo di un percorso, oltre al fatto che sono stato il primo italiano a diventare professore all’IoPPN. Il secondo è quando ho vinto il Psychopharmacology Award della British Association for Psychopharmacology, ed in generale i momenti in cui ho ottenuto riconoscimenti e premi per la mia attività di ricerca. E poi i momenti in cui i miei collaboratori più giovani e le persone che si sono formate con me, tra cui Valeria Mondelli anche lei qui all’IoPPN, hanno ricevuto a loro volta premi e riconoscimenti.

 

  1. Da quali errori o difficoltá ha imparato di piú?

Non credo di avere fatto grossi errori di cui potermi pentire, in quanto ho sempre pensato che gli errori siano occasioni di crescita. Una delle difficoltà più grandi è stata comprendere lo stile della comunicazione professionale inglese. Credo che ci voglia una grande attenzione all’ambiente professionale e socio-culturale inglese in modo da mantenere la propria connotazione di italiano e che i colleghi accettino ed accolgano il fatto che tu sia italiano, ma senza che questo crei difficoltà. È importante imparare ad esempio a modulare la fisicità, il tono della voce e il modo di esprimersi, così che i nostri colleghi anglosassoni si aspettino alcune differenze nel modo di interagire ed esprimere i concetti e le emozioni, ma apprezzino anche i lati positivi delle nostre origini. La chiave è riuscire ad adattarsi alle dinamiche della comunicazione, capire che gli inglesi sono indiretti ma sinceri allo stesso tempo.

 

  1. Quali pensa che siano le maggiori sfide attuali nel suo ambito di ricerca?

Penso che il problema principale, sia in ambito di ricerca che di clinica, sia che i farmaci disponibili non sono soddisfacenti, in quanto sono poco tollerabili e hanno effetto solo su una proporzione dei pazienti. È importante trovare farmaci più tollerabili ed individuare le situazioni in cui i farmaci sono davvero necessari. È una battaglia in salita purtroppo per via sia di un progressivo dininteresse delle case farmaceutiche nell’investire in nuove ricerche, che di una resistenza culturale di gruppi e organizzazioni contrari agli psicofarmaci.

 

  1. Quali consigli darebbe a un giovane psicologo o medico che si affaccia al mondo del lavoro in UK?

Secondo me è forndamentale mantenere un profondo senso di ottimismo e di ‘missione’, ricordando che le difficiltà della vita quotidiano sono trascurabili in confronto al grande impatto che si può avere sulla vita degli altri grazie alla nostra professione, e alle grandi soddisfazioni che da questa possono derivare. La cosa bella della ricerca è la possibilità, oltre che di creare nuovi strumenti clinici e di intervento, di aiutare pazienti che non esistono ancora o che non sono ancora nati. Sia in un’ottica di prevenzione che di intervento per interrompere e correggere la traiettoria di un individuo, in modo da cambiare il futuro di quel paziente e quello della sua famiglia e delle generazioni future.

 

  1. Molti guardano a lei come un modello di riferimento. A quali modelli lei si è ispirato nella sua carriera?

Sicuramente il mio primo supervisore all’interno di un gruppo di ricerca, Andy Miller ad Atlanta, che è stato e rimane un grande amico e che mi ha insegnato come transitare da studente a collega ed amico. Questo è stato molto importante sia in prima persona sia in relazione ai miei collaboratori che hanno iniziano la loro carriera con me e sono poi diventani sempre più indipendenti. Ho poi avuto molti punti di riferimento all’IoPPN, tra cui senz’altro Robin Murray per il suo entusiasmo e dedizione nello sviluppare le carriere delle nuove generazioni di ricercatori, l’energia che dedica ai suoi collaboratori e la sua capacità di essere sempre disponibile e di sostegno. In ambito italiano Michele Tansella dell’Università di Verona, purtroppo recentemente venuto a mancare, che è sempre stato un grande amico ed esempio per la sua personalità molto calda e la capacità di essere a capo di un gruppo di ricerca forte.

 

  1. Nella sua attività di ricerca in UK si è trovato spesso a lavorare con altri italiani. Quali pensa siano le ragioni?

Penso sia stato principalemente un effetto passaparola: all’inizio della carriera quando ho iniziato a lavorare a Londra andavo spesso a presentare a congressi in Italia e molti giovani specializzandi o ricercatori si sono avvicinati a me per lavorare insieme. Non penso ci siano caratteristiche specifiche legate al fatto di essere italiani che mi hanno portato ad avere molti collaboratori dall’Italia, ad eccezione magari della forte motivazione e voglia di imparare.

 

  1. Siamo molto interessati al suo blog sull’Huffington Post e alla sua pagina Twitter. Quali pensa siano i vantaggi dell’utilizzo di questi canali nella sua professione?

Trovo molto divertente la possibilità di scrivere sul blog di argomenti magari un po’ controversi in uno stile fresco e giornalistico che normalmente non si usa per articoli scientifici. Twitter ha la grande capacità di tenerti collegato a ciò che avviene in tempo reale, e lo trovo molto ‘addictive’! Penso che l’utilizzo del social media stia diventando sempre più importante e spero di consolidare presto la presenza del mio gruppo di ricerca anche su Facebook ed altri social media. In generale penso che utilizzare questi canali aiuti ad avere una visione più dall’alto, a lungo termine e in prospettiva della propria ricerca, e a capire quali sono i messaggi chiave da trasmettere ad un pubblico di non addetti ai lavori. Credo inoltre che come psichiatri siamo tenuti ad avere un ruolo di intellettuali, ed a contribuire al dibattito culturale e politico odierno. Abbiamo la possibilità di far conoscere alle persone le problematiche della salute mentale, con l’obiettivo di aumentare la sensibilità a questi temi e combattere la stigmatizzazione sociale.

 

Il team di PsicologiaLondra.com ringrazia sinceramente il Prof Carmine Pariante per averci concesso questa intervista.