Prendiamo in considerazione ora l’approccio del DSM-IV-R per considerare la patologia di personalità: ci atterremo a questa classificazione poiché è quella che dovrebbe essere “ateoretica”, e perciò maggiormente condivisibile, e perché, insieme all’ICD10, è la classificazione dei disturbi mentali più diffusa sia nell’ambito clinico che in quello della ricerca.

Secondo il DSMIV si definisce disturbo di personalità una modalità di percepire e/o un modo di rapportarsi con il proprio ambiente che è sensibilmente differente da quello delle altre persone che appartengono alla stessa cultura.
La differenza rispetto agli altri (intendendo con questi il gruppo di persone con cui il soggetto può essere paragonato per background) deve essere evidente in almeno due differenti aree tra queste: esperienza cognitiva, esperienze affettive, funzionamento interpersonale, controllo degli impulsi.
Le caratteristiche che differenziano la persona devono essere presenti in un’ampia gamma di situazioni differenti e devono avere un carattere di stabilità, tanto da essere riconoscibili molto presto (durante l’adolescenza o secondo alcuni studiosi durante l’infanzia) e da restare perlopiù invariate nel corso del tempo. Tutto ciò non è sufficiente, però, a definire un disturbo di personalità, poiché un altro dei criteri fondamentali (richiesto anche per la diagnosi delle patologie raggruppate nell’asse I) è che le caratteristiche riscontrate non solo devono essere pervasive e inflessibili ma, perché sia possibile fare una diagnosi di disturbo di personalità, devono anche comportare una condizione di disagio o sofferenza personale e/o avere delle conseguenze negative evidenti nell’area sociale, lavorativa o personale.

Riassumendo possiamo dire che per fare una diagnosi di disturbo di personalità si devono riscontrare caratteristiche cognitive, affettive, di funzionamento interpersonale o di controllo degli impulsi:
– presenti da lungo tempo
– pervasive
– inflessibili secondo le situazioni
– differenti dalla cultura di appartenenza
– che causano un disagio percepito soggettivamente e/o evidente in almeno due aree importanti della vita.

Il DSM-VI-TR dopo aver definito cos’è un disturbo di personalità in generale, identifica tre principali classi di disturbi denominati “Cluster”. Propone, come per altri disturbi di Asse I, una categoria a parte per il “disturbo di personalità non altrimenti specificato” (NAS), che viene utilizzata quando viene riscontrata una maladattività della personalità senza che la persona rispecchi una delle diagnosi; vengono inoltre proposte delle diagnosi provvisorie di “disturbo di personalità depressivo” e “disturbo di personalità oppositivo” perché siano da guida a maggiori ricerche a riguardo.

Il cluster A denominato in genere “strano/paranoide” accomuna quei disturbi caratterizzati dall’isolamento sociale, sia esso dovuto a diffidenza, o sia dovuto a indifferenza. Questo cluster comprende
– disturbo di personalità paranoide
– disturbo di personalità schizoide
– disturbo di personalità schizotipico.

Il cluster B è caratterizzato da comportamenti “drammatici”: in questa categoria sono raggruppati i disturbi che presentano comportamenti estremi in diversi campi; in questa categoria vengono  raggruppati:
– disturbo di personalità narcisistico- disturbo di personalità borderline
– disturbo di personalità istrionico
– disturbo di personalità antisociale

Il cluster C invece contiene i disturbi con matrice ansiosa:
– disturbo di personalità evitante
– disturbo di personalità dipendente
– disturbo di personalità ossessivo-compulsivo.

Marta Bezzone

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