Con il termine personalità o carattere, in generale, si intende raggruppare quelle caratteristiche del modo di agire, sentire o comportarsi di una persona che non sono dipendenti dalla situazione del momento, ma che sono stabili nel tempo: sono quelle qualità che, appunto, caratterizzano un soggetto e lo rendono simile ad alcune persone e differente da altre. La personalità tuttavia non si limita ad essere una collezione di tratti scollegati tra di loro, ma implica un’organizzazione di caratteristiche in un’unità che può essere più o meno flessibile a seconda delle situazioni.

Durante la storia sono state date numerose definizioni di personalità, ma potremmo dire che tutte hanno in comune questo nucleo di base.
Molte controversie sono emerse invece su come concettualizzare e descrivere la personalità: è meglio utilizzare un’ottica dimensionale, considerando il carattere secondo tratti posseduti in un certo grado, oppure è meglio pensare a prototipi o classi che posseggono qualità differenti?
Queste domande sono fondamentali anche per decidere qual è il sistema migliore per “misurare” il carattere e/o per definire quando si passa il confine tra la normalità e la patologia; secondo alcuni è più utile considerare separatamente le caratteristiche di personalità, misurando ognuna di esse su un continuum (come sostenuta dal modello dei 5 fattori), secondo altri, invece, usare una categorizzazione in classi risulta più conveniente (pensiamo alla diagnosi di tipo dinamico o ancora alla classificazione DSM dei disturbi di personalità). Il vantaggio di una teoria che consideri i tratti di personalità è che permette una descrizione molto flessibile e potenzialmente molto articolata di una persona, la pecca è che può risultare invece difficile definire quando la presenza di certe caratteristiche sconfina nella patologia; inoltre, la
ricchezza di informazioni può diventare un ostacolo alla comunicazione tra specialisti nonché nel campo della ricerca. Se consideriamo un’ottica categoriale invece, a scapito della perdita di informazioni potenzialmente molto utili (come ad esempio i punti di forza del carattere che
permettono un maggior adattamento alla realtà) avremo maggiore facilità di comunicazione (ad esempio tra figure professionali in ambiti diversi) nonchè una facilitazione nel campo della ricerca (reclutamento di campioni di soggetti omogenei, confronto di campioni per caratteristiche specifiche, possibilità di paragonare facilmente risultati di diverse ricerche..)

Ad oggi, come spesso accade, tutti i diversi approcci presentano dei punti di forza e dei punti di debolezza: pensiamo ad esempio all’esigenza di avere una diagnosi chiara per impostare un tipo di trattamento o per fare della ricerca o, alla necessità di conoscere ogni persona come soggetto singolo per poter mettere in atto un progetto terapeutico “su misura”, efficace perché raffinato in
base alle caratteristiche proprie del soggetto. Fatte queste semplici considerazioni, se ci poniamo in un’ottica clinica, probabilmente l’approccio migliore è quello che permette di integrare l’approccio nomotetico (che considera il singolo) con quello idiografico (che permette un confronto con la popolazione), quello categoriale (che permette di comunicare efficacemente e sinteticamente con eventuali altre figure del team), con quello dimensionale (che fa si che si possano tenere in conto le caratteristiche specifiche della persona).

Presenteremo in seguito alcuni approcci alla personalità tra cui una panoramica della prospettiva psicodinamica. Si invece al DSMIV-R per la classificazione dei disturbi di personalità.

Marta Bezzone

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