Il primo studioso a proporre il concetto di attaccamento per spiegare il comportamento dei bambini (e in particolare delle loro madri) fu John Bowlby, un ricercatore britannico formatosi come psicoanalista agli inizi del ‘900. Bowlby iniziò gli studi sulla relazione madre-bambino quando, dopo la seconda guerra mondiale, si occupò dello sviluppo del dipartimento infantile della clinica Tavistock di Londra: durante questo periodo si interessò in particolare alle conseguenza della perdita della figura di riferimento (caregiver) sui bambini e sulla modalità con cui il rapporto madre-figlio condizionava la personalità del bambino.
Influenzato dagli studi di Lorentz sull’imprinting, dagli studi di epigenetica di Waddington (in particolare dai concetti di assimilazione e canalizzazione (Waddington, 1977) e dall’ipotesti che in base alle condizioni ambientali, siano possibili molti percorsi di sviluppo differenti (sviluppo come processo libero da schemi rigidi), Bowlby iniziò a considerare la presenza di un comportamento con una base biologica come base per lo sviluppo del rapporto tra genitori e figli. In quest’ottica, ciascun individuo viene concepito come un essere
orientato sin dalla nascita alla vita sociale, capace di mettere in atto comportamenti che facilitano la creazione di un legame affettivo.
Secondo la teoria di Bowlby, l’attaccamento è un sistema biologico essenziale, che influenza i processi emotivi e relazionali legati alla sopravvivenza del bambino. Questo sistema, attivando dei comportamenti di cura genitoriale, è volto ad ottenere la vicinanza di un adulto che possa proteggere il bambino e favorirne lo sviluppo.
È necessario distinguere alcuni concetti:
– legame di attaccamento: è un legame affettivo, perciò con un significato emotivo, che è duraturo nel tempo e che è rivolto ad una persona specifica. Durante l’infanzia si manifesta soprattutto in situazione di disagio o di pericolo, e non è determinato da processi di apprendimento associativo (ovvero, il bambino non impara quando mettere in atto certi comportamenti, emerge per istinto: il desiderio relazionale è innato e deriva da processi di selezione naturale (Cassidy, 2011).  Lo scopo adattivo del legame è quello di assicurare non solo la protezione, ma anche il benessere del bambino, garantendo la stimolazione sociale necessaria per lo sviluppo e favorendo l’esplorazione
dell’ambiente. Le caratteristiche affettive del legame invece sono alla base del desiderio della presenza di una figura di riferimento e del disagio che si prova quando questa persona è assente.
– comportamenti di attaccamento: sono quei comportamenti che i neonati mettono in atto per istinto e che permettono al bambino non solo di ottenere la presenza del genitore in caso di necessità, ma anche di regolare la distanza e la vicinanza con il caregiver. Esempi di comportamenti di attaccamento sono il sorriso, il pianto, le vocalizzazioni. Questi comportamenti sono soggetti al cambiamento in quanto il bambino impara con l’esperienza e l’apprendimento ad utilizzarli nel modo più efficace.
In base a come l’adulto risponderà ai comportamenti di attaccamento, il bambino si costruirà delle aspettative di risposta e modificherà i suoi comportamenti in base ad esse (ad esempio un bambino imparerà che la mamma sarà più disponibile a “giocare” con lui se quando lei lo guarda, lui risponde con un sorriso).
– il sistema di attaccamento: i comportamenti di attaccamento vengono gradualmente organizzati in un “sistema comportamentale” le cui caratteristiche dipendono dallo stile interattivo del caregiver (in particolare dalla sua sensibilità e capacità di rispondere in modo adeguato ai segnali del bambino) e da come la relazione si evolve nel tempo.
L’efficacia con cui il caregiver può essere usato come fonte di conforto e base sicura per esplorare l’ambiente, e le differenze nella qualità del legame che si instaura tra caregiver e bambino, perciò non dipendono dalle caratteristiche di uno solo dei partner, ma dalle interazioni che avvengono tra bambino e adulto nel tempo (Ainsworth 1978, Bowlby 1982).

 

 

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Marta Bezzone

 

BIBLIOGRAFIA

– Dykas, Matthew J.; Cassidy, Jude “Attachment and the processing of social information across the life span: Theory and evidence.” Psychological Bulletin, Vol 137(1), Jan 2011, 19-46.

– Waddington CH (1953). “Genetic assimilation of an acquired character”. Evolution 7 (2): 118–126.

– J. Holmes, “La teoria dell’attaccamento, John Bowlby e la sua scuola”, Raffaello Cortina, Milano 2004

– Ainsworth, Mary D. Salter; Blehar, Mary C.; Waters, Everett; Wall, Sally “Patterns of attachment: A psychological study of the strange situation.” Oxford, England: Lawrence Erlbaum. (1978).

– J Bowlby (1982); “Attachment and loss: Retrospect and prospect” American Journal of Orthopsychiatry. 52(4): 664-678.

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